Binge Eating Disorder: di cosa si tratta?
Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare, nell’immaginario comune vengono portati alla mente l’anoressia nervosa e la bulimia.
L’alimentazione discontrollata, ovvero il binge eating disorder, pur facendo parte dei disturbi del comportamento alimentare, non è invece così conosciuto ai più: e proprio per questo motivo te ne voglio parlare.

Il Binge eating Disorder, conosciuto anche con l’acronimo BED, si riferisce ad un disturbo alimentare ben preciso, la cui diagnosi può essere fatta a fronte della presenza di questi sintomi:
– un episodio di abbuffata a settimana per almeno 3 mesi
-sensazione di perdere il controllo durante l’abbuffata
-marcato disagio riguardo l’abbuffata
-assenza di condotte compensatorie post abbuffata, come nella bulimia.
Attualmente pare essere il disturbo alimentare più diffuso – in Italia ne soffre il 5% della popolazione – ma nonostante ciò è il più sottovalutato tra i disturbi del comportamento alimentare, poiché dà l’illusione di non essere così grave come l’anoressia, che porta a rischiare la vita, e la bulimia, dove le condotte di compensazione vanno a esasperare non solo la mente ma anche il corpo e i suoi fisiologici meccanismi.
Ma di illusione appunto, si tratta, dal momento che anche l’accumulo rapido di peso, unitamente ai vissuti psicologici da cui scaturisce e che alimentano questo disturbo, costituiscono un rischio importante per la salute globale e la prospettiva di vita dell’individuo che ne soffre.
Binge Eating Disorder: le radici
Posto che non è conoscere la causa di un disturbo a dettarci la sua soluzione, è utile considerare che la matrice di origine del binge eating è fondamentalmente la stessa dei disturbi del comportamento alimentare, ed è una matrice affettivo-emotiva.
Un’autostima che viene fatta coincidere col proprio aspetto corporeo, che spesso non soddisfa la persona, è spesso la base del disturbo. Il cibo eletto a oggetto compensatorio di vissuti emotivi non tollerabili, è ciò che costruisce e mantiene il binge eating, che spesso si regge su un tipo di personalità con caratteristiche “borderline” dove l’agito sostituisce la mentalizzazione, e l’impulso prevale sulla capacità di riflettere.
Il cibo , che altro non è che oggetto di nutrimento, necessario a soddisfare il fisiologico bisogno di mangiare, viene investito di funzioni che non può in nessun modo soddisfare, quali ad esempio quella consolatoria, quella di stordimento emotivo, come se fosse una sostanza stupefacente che possa all’occorrenza mettere fine alla sofferenza emotiva.
Il cibo, da oggetto di nutrimento, diviene quindi oggetto emotivo, sostituto fallimentare del dialogo, di un abbraccio, di un confronto, di una sfuriata.
Le ripetute abbuffate distorcono il bisogno della fame, che spesso la persona non percepisce neanche più, e gli altri bisogni, quelli relazionali, emotivi, la capacità di affermarsi, l’autostima, che rimangono così insoddisfatti, amplificando la sofferenza della persona che ne è affetta.
È chiaro quindi come le radici del disturbo siano multifattoriali, comprendendo, come sempre , l’insieme dei fattori genetici – studi affermano che la familiarità col disturbo ha un ruolo nel facilitare la sua manifestazione – individuali – caratteristiche di personalità , capacità di far fronte agli eventi della vita – e sociali – l’ambiente relazionale ha sempre un ruolo nel mantenimento del problema.
Binge Eating Disorder: il meccanismo che lo mantiene
In ottica strategica è la tentata soluzione ad un problema che ci permette di comprenderne il meccanismo e di calzare su questo la soluzione vincente.
Chi soffre di binge eating ha un problema di abbuffate ricorrenti di cibo, a cui tenta di ovviare attraverso diete di vario tipo, piuttosto che evitando occasioni conviviali, oppure non concedendosi al di fuori delle abbuffate determinati cibi.
Identificare la tentata soluzione prevalente a fronte del problema delle abbuffate è il primo passo per conoscere il problema e quindi risolverlo.
Da un punto di vista più specifico, il meccanismo del binge eating è identificabile nei termini di un circolo vizioso che si autoalimenta: la persona non ha stima di sé, non si piace e si svalorizza; questo la porterà a non essere in grado di affermare in maniera assertiva i propri bisogni, a non essere capace di difendersi e di proteggersi. Il rischio di vivere passivamente tutta una serie di situazioni che la espongono a vissuti di inadeguatezza, vergogna, passività, impotenza, rabbia è quindi alto. Tali vissuti vengono agiti e quindi sfogati direttamente sul cibo, con la conseguente diminuzione ulteriore dell’autostima e l’incremento di peso, che aumentano l’insoddisfazione di sé e la sfiducia nelle proprie capacità, che verranno nuovamente sfogate sul cibo.
Per interrompere un tale circolo vizioso è necessario dunque lavorare sull’autostima, permettendo alla persona di sentirsi padrona della propria vita anziché succube, di sperimentare che ha delle risorse e che può utilizzarle per soddisfare tutti quei bisogni che il cibo non può invece soddisfare.
Gli ingredienti della terapia per il Binge Eating Disorder: auto-osservazione, strategia e Minfullness
Terapie elettive per la cura del binge eating, che propongo io stessa in seduta, sono la psicoterapia cognitivo comportamentale e la psicoterapia strategica.
La prima permette, attraverso un lavoro sistematico di auto-osservazione dei propri vissuti emotivi, dei propri pensieri e dei propri comportamenti , di divenire consapevoli del meccanismo individuale di funzionamento del problema abbuffata , e gradualmente favorisce nel soggetto la capacità di creare delle alternative ad esso. Fondamentale a questo proposito il lavoro di psico educazione sulle emozioni, che spesso sono temute e non adeguatamente espresse da chi soffre di BED.
Nello specifico il lavoro sui pensieri è volto a ristrutturare cognizioni disfunzionali ed errate sul cibo e sul proprio corpo, mentre il lavoro più comportamentale si declina in prescrizioni volte all’acquisizione di nuove abitudini .
La seconda, attraverso l’analisi delle tentate soluzioni messe in atto dalla persona per risolvere il comportamento problematico della abbuffate alimentari, permette, attraverso prescrizioni specifiche e talvolta paradossali – di far sperimentare alla persona, prima ancora di divenirne consapevole, un modo differente di percepire e reagire a ciò di cui fa esperienza nei termini di rapporto col cibo e con le proprie emozioni.
A questi due approcci utilizzati in sinergia aggiungo la mindfulness, una preziosa alleata nella cura del BED intesa come patologia compulsiva dominata dal cosiddetto “pilota automatico”.
La pratica della mindfulness favorisce infatti lo sblocco dell’automatismo che porta a reagire mangiando , in favore dello sviluppo di una capacità di rispondere consapevolmente e quindi di scelta del comportamento da attuare a fronte di una data situazione che suscita intensi vissuti emotivi.
Quindi la persona che inizia a praticare la mindfulness potrà gradualmente scoprire che ci sono tutta una serie di comportamenti alternativi che può imparare a scegliere in funzione dei propri obiettivi. E abbuffarsi non è uno di questi.
In particolare, attraverso la pratica della mindful eating- quella branca della mindfulness che viene applicata all’alimentazione – viene rivoluzionato il proprio modo di porsi nei confronti del cibo e del proprio corpo.
La minful eating insegna che il cibo non è buono o cattivo, ma è solo cibo. Che il proprio corpo non è solo estetico ma merita di essere apprezzato per tutto ciò che fa ogni giorno. Che il proprio corpo funziona benissimo se si impara ad ascoltarne i bisogni e a soddisfarli. Che le emozioni ci sono, e per fortuna, perchè ci permettono, se impariamo ad ascoltarle, ad adattarci alla realtà. Quindi vanno ascoltate, fatte fluire, quindi espresse, e poi se ne vanno. E il cibo con questo non c’entra nulla.
Ognuno può diventare artefice della propria vita quando accetta ciò che accade ma impara a scegliere come porsi nei suoi confronti, proprio come quando impariamo a scegliere cosa cucinare, lo cuciniamo, e siamo in grado di goderne appieno attraverso i 5 sensi.

Drssa Laura Volontieri – Psicologa Psicoterapeuta a Legnano (Mi), Busto Garolfo (Mi), Rescaldina(Mi) e online .


