Abbracciare è psicoterapeutico
“Il più delle volte un abbraccio è staccare un pezzettino di sé per donarlo all’altro affinchè possa continuare il proprio cammino da solo”
Pablo Neruda

C’è un gesto, che coinvolge almeno due persone, che in verità è molto di più di un gesto, perché è un comportamento, è un modo di relazionarsi, è un modo di comunicare, che ha molti benefici in termini di benessere psicofisico e relazionale.
Questo gesto è l’abbraccio.
Si abbraccia per riappacificarsi, per riunirsi, per condividere la gioia o il dolore. L’abbraccio sostiene, supporta, allenta tensioni, comunica emozioni, rinsalda i legami, ne crea di nuovi.
Un abbraccio dura mediamente 3 secondi. Quando la sua durata di protrae nel tempo, minimo per 20 secondi, si sviluppa tra le persone coinvolte l’ossitocina, l’ormone dell’amore che intensifica le relazioni.
In verità ogni abbraccio comporta i seguenti benefici:
- a livello ormonale, rilascia l’ossitocina, la dopamina, le endorfine e la serotonina che determinano buonumore e motivazione;
- rinforza l’autostima;
- trasmette fiducia e sicurezza;
- abbassa la pressione;
- allevia ansia e stress;
- infonde conforto e coraggio;
- riduce la depressione;
- rinsalda i legami.
L’abbraccio è terapeutico nel senso che favorisce il cambiamento, dal momento che provoca tutta una serie di modifiche a livello biochimico e ormonale che si traducono nella possibilità di un incremento del benessere della persona e della relazione protagonista dell’abbraccio.
Come prolungarne quindi i suoi effetti benefici nel tempo?
L’abbraccio prolungato
Non è possibile rimanere abbracciati a lungo, per ovvi motivi. Cosa si può fare allora per protrarre nel tempo i benefici procurati dall’abbraccio?
Ci sono comportamenti, atteggiamenti, modi di fare e di comunicare che abbracciano virtualmente l’altro, nel senso di supportarlo, di farlo sentire accolto e sostenuto emotivamente.
Ad esempio attraverso il modo di rapportarci all’altro, dedicandogli la nostra piena attenzione, disponibilità all’ascolto e comprensione, in assenza di giudizio.
Questo è proprio ciò che succede dallo psicologo, che accogliendo la sofferenza dell’altro, empatizzando con essa senza giudicarla “abbraccia virtualmente” l’altro, permettendogli di sentirsi accolto ed emotivamente sostenuto. La psicoterapia diviene inoltre lo strumento che permette al paziente di acquisire le competenze per poter mantenere nel tempo il benessere psico-fisico e relazionale, ciò a cui l’abbraccio dà appunto il via.
Il bello degli abbracci: il Babywearing
Se collochiamo l’abbraccio nel contesto della maternità, possiamo pensare che è in un abbraccio che cresce e si sviluppa il feto – le pareti uterine lo fanno sentire avvolto e quindi abbracciato e cullato durante i 9 mesi di gravidanza- così come è l’ abbraccio che suggella il primo incontro tra la mamma e il suo bambino dopo il parto.
Come sosteneva Sears, pediatra statunitense fondatore del metodo di accudimento ’Attachment parenting” fondato sul contatto tra genitore e neonato, la gestazione non ha termine dopo i 9 mesi di gravidanza (endogestazione), ma continua almeno altrettanti 9 mesi “fuori dalla pancia” (esogestazione), durante i quali compito dell’adulto è il favorire il passaggio dalla vita intrauterina a quella esterna. E cosa può facilitare al massimo questo passaggio, rendendolo graduale e dolce, se non il tenere il proprio bimbo a contatto e quindi abbracciarlo?
Abbracciare, cullare, tenere in braccio, sono tutti comportamenti che rientrano nella funzione materna Winnicottiana denominata “holding” cioè contenimento, che permette gradualmente al neonato di conoscere il mondo a partire da ciò che gli è familiare, ovvero il corpo materno, e di sviluppare fiducia nel caregiver a partire dalle ripetute esperienze di soddisfacimento dei suoi bisogni primari di contatto e nutrimento.
È quindi in un abbraccio che è auspicabile che crescano i neonati, avvolti dalle braccia del caregiver, che lungi dal “viziare” il proprio figlio, costruisce in questo modo, giorno dopo giorno, la relazione, basata sul soddisfacimento del bisogno di contatto, che crea fiducia e sicurezza nel bambino, prerogative per la nascita del futuro desiderio di indipendenza e di esplorazione del mondo circostante, nonché della capacità di relazionarsi con gli altri e dello sviluppo dell’autostima.
Se per gli adulti non è possibile rimanere abbracciati ore, per la diade mamma-bambino lo è, grazie allo strumento del babywearing, che altro non è che un abbraccio vestito di stoffa e colori, che permette il contatto mamma-bambino (ma anche papà-bambino e del caregiver più in generale) protraendolo nel tempo. Grazie al babywearing l’abbraccio tra il caregiver e il bambino può infatti durare anche ore, in quanto “portare” permette la libertà di movimento del caregiver lasciandogli le mani e le braccia libere. In questo modo i benefici dell’abbraccio vengono estesi nel tempo e intensificati.

Per questo motivo è possibile affermare che i bimbi “portati” attraverso i supporti (fascia, marsupio, ecc) crescono letteralmente in un abbraccio.
Praticando il babywearing la potenzialità comunicativa dell’abbraccio viene amplificata ai massimi livelli, in quanto viene condivisa col proprio bimbo la modalità comunicativa del contatto, la più ancestrale e profonda, quella che sfrutta la propriocezione e la percezione tattile, e che veicola emozioni e costruisce legami, più delle parole che un bimbo ancora non sa dire.
Gli abbracci fanno bene, al corpo, alla mente e al cuore, quindi abbracciamo(ci) di più.
E impariamolo dai neonati, che lo richiedono per natura e ci insegnano a costruire legami.
Dr.ssa Laura Volontieri Psicologa Psicoterapeuta e Consulente Babywearing


